Viaggio nell’accettazione

Un viaggio nell’accettazione che parte dall’Epifania e dalla figura della Befana per interrogare la nostra cultura sul tempo che passa, sulla dignità, sull’essere persona prima che oggetto di giudizio o desiderio.
Viaggio nell'accettazione

Viaggio nell’accettazione

Tra Epifania, linguaggio e dignità: riflettere sul tempo che passa e sul modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

 

Una riflessione profonda sull’accettazione di sé, la dignità e il fluire del tempo

In questo mese ricorre la celebrazione dell’Epifania, una festa legata interamente alla cristianità, dunque prettamente religiosa. Una festa il cui nome, di derivazione greca, è stato storpiato nella nostra lingua fino ad arrivare alla parola Befana che, colloquialmente, usiamo per indicare la ricorrenza. La commistione tra una festività cristiana e i riti pagani di fine anno ci ha consegnato la figura di questa donna anziana e tutt’altro che avvenente che, tradizionalmente, associamo alla festa. E da qui nasce l’espressione befana usata, spesso, per indicare donna brutta o anziana. La mia riflessione, trascesi storia e significato religioso dell’Epifania, parte proprio da qui. E vuole essere un esame di coscienza della nostra cultura e dei nostri modi espressivi. Come pure un viaggio -seppure l’argomento sarebbe più ampio di quanto il mio spazio qui mi conceda – nell’accettazione di sé e degli altri e dello scorrere del tempo e nel senso della dignità. Dare della befana ad una donna può sembrare scherzoso (e spesso lo è genuinamente), ma è un po’ il segno di come l’anzianità o l’essere ”diversamente belli” assuma connotazioni diverse se si parla di un uomo o di una donna. L’uomo ha, da sempre, il fascino del capello brizzolato, dell’occhiale da intellettuale, della maturità che lo rende un partner più esperto o più economicamente agiato, una persona che ha qualcosa da insegnare. La donna, al contrario, passa parte del suo tempo maturo a lottare contro i capelli bianchi, le rughe e la cellulite.

Viaggio nell’accettazione

Ossia, in ultima analisi, a lottare contro sé stessa, contro quella sé stessa che lo specchio le rimanda e che non riconosce più. Questo perché continua, per retaggio culturale o per poca autostima, a considerarsi un oggetto del desiderio. E l’essere matura le fa sentire di non essere più desiderabile come un tempo. Viviamo in una società, in generale e ancor più nel nostro paese, sempre più longeva e in cui, quindi, diventare anziani è sempre più facile. Ma non tutti abbiamo gli stessi strumenti culturali e intellettuali per affrontare lo scorrere del tempo. I media ci bombardano con immagini di bellezza fresca e giovane e con il concetto di ”persona vincente”, di bell’aspetto e di successo. Oppure ci inondano di pubblicità di prodotti e trattamenti che dovrebbero ringiovanirci. E tutto questo non ci permette di vivere serenamente la nostra maturità – uomini e donne – perché ci convince ancor di più che essere eternamente giovani sia l’unico modo per essere accettati e perfino amati. E che la vecchiaia non porti doni ma punizioni. Premesso che essere in buona salute e non dover combattere per la sussistenza siano le basi per vivere serenamente l’anzianità, il senso di dignità e l’accettazione sono imprescindibili per essere persone compiutamente mature – non solo nell’età – e in grado di vivere con soddisfazione senza trascinarsi attraverso i giorni privi di uno scopo e di un orizzonte cui tendere. Riconoscersi persona, prima ancora che uomo o donna, riconoscersi soggetti di pensiero e non oggetti di desiderio, vedersi saggi e di ispirazione, piuttosto che oggetti vecchi da gettare nella spazzatura, ci può far comprendere che essere maturi è una conquista, è il traguardo di quel lungo viaggio che è la vita, è il premio delle nostre fatiche, per godere appieno dei frutti di quanto abbiamo costruito. E magari imparare a pensare che le rughe intorno agli occhi o alle labbra non sono solo il segno di un cedimento strutturale ma anche del pensiero, dei sorrisi, delle espressioni di stupore, di meraviglia e di gioia che solo una vita lunga può regalare in abbondanza. E che i doni possono essere diversi ad ogni età ma che ce ne sono pur sempre in ogni fase della vita, se solo ci concediamo il lusso, o l’indulgenza, di capirlo. Perché l’accettazione, di sé e dell’altro, passa sempre dall’indulgenza. Del nostro sguardo, verso lo specchio o verso il mondo. E del nostro giudizio, che è utile e costruttivo solo se non diventa pregiudizio.

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