Il valore dell’attesa
Il valore dell’attesa
Viviamo nell’era del click, dell’istante, del “subito o mai”. Eppure il pane più buono lievita lentamente, e il fiore più bello aspetta il suo momento — e Livia Gualtieri ci ricorda perché anche noi dovremmo imparare a fare lo stesso.
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Il valore dell’attesa
”L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, disse il filosofo Lessing, esponente dell’illuminismo tedesco, più di due secoli fa. Una frase che molti ricorderanno come slogan pubblicitario in un noto spot di diversi anni fa, ma che è la premessa per addentrarci nel valutare quanto importante possa essere l’attesa nel tempo dell’immediatezza, quello che stiamo vivendo noi umani del terzo millennio. Siamo esseri digitali, riusciamo a compiere quasi ogni azione con un click o poco più: comunicare con persone in ogni angolo del mondo, lavorare, acquistare beni e servizi, ordinare pasti, pianificare viaggi e vacanze e molto altro ancora. La velocità è diventata una virtù e l’immediatezza un diritto, ma io azzarderei un idolo.
La tecnologia moderna ci consente di vivere in una sorta di perenne ”tempo zero”, quello in cui tutto si può ottenere con estrema velocità. E se, da un lato, ciò crea comodità, dall’altro, la tirannia dell’immediatezza è averci sottratto la possibilità di stare nel mezzo tra il pensiero dell’obiettivo e il risultato. Quel mezzo, quel guado è proprio ciò che più ci stimola, è il motore delle nostre azioni, è il carburante dei nostri bisogni, dei nostri desideri e dei nostri progetti. Se ciò che desideriamo si compie in un istante, ci viene rubata l’attesa, quel tempo e quello stato emotivo che preludono a ciò che verrà, quella progettualità che è indispensabile per ottenere qualunque tipo di risultato, per compiere qualunque impresa, per tagliare qualunque traguardo.
A volte, il percorso è più importante del traguardo stesso perché è ciò che ci spinge, che ci dà una ragione di vita, mentre il traguardo è un istante veloce che rischia di bruciarsi – e consumarsi – molto in fretta. L’immediatezza ci ruba l’immaginazione. E l’immaginazione è quello stato senza il quale nulla esisterebbe, né arte né scienza, né talenti né scoperte. Senza quell’intervallo tra il pensare o desiderare e l’ottenere, il desiderio diventa consumo e il consumo si trasforma in bulimia, nel divorare tutto senza reale bisogno liberandosene subito dopo.
Dovremmo imparare a riabilitare la pazienza, senza per questo portarci fuori dal nostro tempo. Non torneremo certo alla corrispondenza commerciale affidata alla posta né al piccione viaggiatore, né andremo a lavare i panni al fiume o a cuocere il pane in forni pubblici. Ma potremmo smettere di essere schiavi degli algoritmi e non farci più dettare il ritmo da loro. L’attesa ci insegna che non tutto può essere sotto il nostro controllo e che questo non sempre è un male, perché ci porta alla collaborazione e all’accettazione; che osservare il mondo intorno a noi, mentre aspettiamo, ci fa scoprire dettagli che la fretta cancella; che lasciare che ciò a cui aspiriamo metta radici rende il risultato molto più gratificante. In questo mese che ci traghetta verso l’estate, possiamo guardare al tempo in arrivo, non come a un ostacolo che ci separa dalle vacanze e dal riposo, ma come ad una maturazione. Piantare un seme richiede sempre saper attendere che un fiore nasca e la pazienza è una virtù che la tecnologia non possiede né può simulare. In un tempo e un mondo che corrono veloci, fermarsi a guardare verso un orizzonte lontano è un modo per riprendere possesso della nostra vita. La gioia di ogni traguardo raggiunto inizia nel respiro che prendiamo prima di correre verso di esso.






