Lavoro agricolo
Lavoro agricolo: produrre bene rispettando chi lavora
Cari lettori,
in questi giorni ho ripensato spesso a una cosa semplice: quando compriamo una cassetta di pomodori, quasi mai ci chiediamo davvero quante mani l’abbiano attraversata prima di arrivare davanti a noi.
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Lavoro agricolo
Eppure quelle mani esistono. Sono mani italiane, straniere, stanche, esperte, spesso invisibili. Mani che raccolgono, selezionano, caricano, lavorano sotto il sole, nelle serre, nei campi. Mani senza le quali il nostro racconto dell’enogastronomia resterebbe vuoto.
Questo pensiero è diventato ancora più forte dopo una giornata vissuta accanto allo chef Fausto Ferrante. Lì, visitando l’azienda di Nicola Meschino, conferitore della Cooperativa Agricola San Leone, e quella di Vincenzo Ferrante, fondatore e socio storico della cooperativa, ho visto da vicino un’agricoltura fatta di lavoro vero, organizzazione, responsabilità e rispetto. Ho visto aziende che producono, competono e stanno sul mercato senza dimenticare che dietro ogni raccolto ci sono persone da tutelare, contratti da rispettare, dignità da difendere.
Ed è proprio davanti a questi esempi che certe notizie diventano ancora più dure da accettare. Perché se esiste un’agricoltura capace di lavorare bene senza sfruttare, allora non possiamo più accettare alibi. Non basta parlare di prodotti buoni: bisogna chiedersi anche da dove arrivano, come sono stati raccolti, chi li ha pagati davvero.
Questo punto va detto con forza: il prezzo onesto non nasce dallo sfruttamento.
Quando qualcuno prova a giustificare il caporalato dicendo che serve per far arrivare al consumatore prodotti a prezzi accessibili, sta raccontando una menzogna pericolosa. La Piana di Fondi dimostra che un prezzo corretto può nascere anche dal rispetto, non dallo sfruttamento.
Allora il problema non è il prezzo finale. Il problema è l’avidità. È l’idea malata che, per guadagnare di più, si possa togliere dignità a chi lavora.
Noi raccontiamo enogastronomia, sì. Ma proprio per questo non possiamo fermarci al sapore. Dobbiamo raccontare anche l’etica della filiera, il valore delle aziende che lavorano bene, il coraggio di chi non sceglie scorciatoie.
La Cooperativa San Leone, come altre realtà agricole serie, dimostra che si può produrre qualità rispettando le persone, garantendo lavoratori in regola e condizioni dignitose, senza differenze tra italiani e stranieri.
Alle aziende della Piana di Fondi che ogni giorno scelgono questa strada va il nostro riconoscimento più sincero. E ai lavoratori, italiani e stranieri, che entrano nei campi prima che il mondo si svegli, va il mio pensiero più profondo.
Perché un pomodoro può essere buono davvero solo quando non porta addosso il sapore dell’ingiustizia.
L’Editore






