La fame nervosa
Quello che Fausto Russo ci affida in questo numero chiede di fermarsi. E di ascoltarsi.
La fame nervosa, o fame emotiva, non riguarda solo il rapporto con il cibo. Riguarda il rapporto che ciascuno di noi ha con le proprie emozioni. Ansia, tristezza, noia, bisogni profondi: a volte trovano nel piatto l’unica risposta immediata. Fausto ci accompagna dentro questo territorio delicato con uno sguardo che sento vicino alla nostra idea di cucina: prima della tavola viene la persona che si siede a quella tavola.
È il passaggio che più mi ha colpito. Il cibo porta con sé la nostra storia, i ricordi, le paure, i desideri. Leggerlo solo per ciò che mettiamo nel piatto significa perdere una parte importante del racconto.
Per Ciociaria&Cucina è un privilegio dare spazio a una voce capace di unire competenza e sensibilità, e di portare il lettore oltre la superficie delle cose.
E forse il primo passo è proprio questo: imparare ad ascoltare ciò che ci sta chiedendo di essere nutrito.
LEGGI gli articoli dello psichiatra Fausto Russo
La fame nervosa: quando il cibo diventa una risposta alle emozioni
La fame nervosa
Nel linguaggio comune, il termine fame nervosa si riferisce alla fame emotiva, definizione scientifica derivata dall’inglese emotional eating. Termine, questo, che descrive quel comportamento rivolto a cercare nel cibo la risposta automatica per compensare situazioni stressanti e stati emotivi particolari, come ansia, noia o tristezza.
L’impiego del cibo diventa una risposta a bisogni psicologici complessi, specialmente quando non c’è stato un processo di riconoscimento e di gestione dei propri stati d’animo e dei propri vissuti emotivi.
Quando a certe emozioni non si permette di trovare spazio per esprimersi, per essere ascoltate, per essere prese in considerazione, quando sono più difficili da sostenere, allora si avvalgono di un rimedio più facilmente accessibile.
Il rimedio è il cibo, per la sua capacità di inviare segnali al cervello perché rilasci serotonina e soprattutto dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della gratificazione. Così, con il cibo che diventa un regolatore emotivo e comportamentale, si acquisisce un sollievo dalla tensione, ci si acquieta e ci si tranquillizza, si modulano stati emotivi intensi, ci si premia per ogni compito che si riesce a portare a termine.
A differenza della fame fisiologica, la fame emotiva non ha nulla a che fare con il
bisogno effettivo di nutrirsi, fa mangiare anche senza che si percepisca realmente lo stomaco vuoto. E persiste, poi, anche quando si è pieni. Si presenta non tanto nello stomaco, quanto nella testa, appare improvvisamente e porta a ricercare cibi specifici pieni di grassi o di zuccheri. Anche se, come contrappeso, lascia spesso un senso di colpa quando se ne riconosce il danno che produce. In questa fase, la capacità di prendere decisioni, l’affidarsi alla cosiddetta forza di volontà e di autocontrollo nella gestione del mangiare, serve a poco. Diventa più utile esplorare le motivazioni profonde che alimentano la fame emotiva.
In verità, la vita emotiva vorrebbe nutrimenti diversi, ma è costretta ad accontentarsi del cibo, senza cercare altre strade, oltre al piatto, per nutrire i bisogni psicologici più profondi.
Il cibo, d’altro canto, non è mai solo cibo. Ogni volta che ci sediamo a tavola, portiamo con noi la nostra storia, le nostre paure, i nostri desideri e la nostra cultura. La tavola è uno spazio che ci collega ad episodi e storie vissute, a luoghi sperimentati, ad aspettative attese, a desideri coltivati. Tutto ciò che ha una sua vita ed una sua storia, sarebbe proprio bene imparare a leggerlo.
Non si mangia, dunque, solo per fame. Non va confuso il bisogno fisico di sfamarsi con la necessità psicologica di gratificarsi: è questo il concetto del passaggio dal cibo nutriente al cibo come modalità di gestione delle emozioni.
In questo senso, appare interessante considerare come l’assunzione disordinata, sbilanciata e sconsiderata di alimenti, da parte di chi soffre di fame emotiva, vada ad intasare il sistema digerente, alterandone le funzioni e compromettendone la fisiologia.
Discipline come la psicobiotica stanno, specificamente, concentrando le ricerche sulla connessione tra flora intestinale e disagi psicologici, indagando come il microbiota intestinale può influire sul benessere complessivo della persona.
Si comprende, allora, come la fame emotiva, che pure vuole essere una risposta al disagio psichico, si rivela controproducente proprio nel momento in cui va ad alterare e ad apportare sofferenza al microbiota.
Il mondo così complesso della fame emotiva, se vuole indirizzarsi verso possibilità di soluzioni, va contestualizzato e configurato al di dentro di un approccio più articolato al complessivo mondo dell’alimentazione. Dove va necessariamente tenuto in conto, oltre al cibo in quanto tale, anche lo stato d’animo, lo stile secondo cui ci si pensa e ci si rappresenta il mondo. Se si mangia bene, per esempio, ma ci sono pensieri conflittuali, quel mangiare bene non serve, proprio perché è impossibile pensare che si mangia e basta. Che finisce là.
L’assimilazione, nella fattispecie, è il risultato ben bilanciato dell’effetto del cibo e dei pensieri. I pensieri, sia quelli disturbanti, sia quelli esaltanti o quelli che ci portano in confusione, determinano il risultato e l’effetto di quello che mangiamo.
I conflitti, con il mondo esterno e con noi stessi, influenzano la salute perché tolgono energia, quella stessa energia che ci aspettiamo di ricevere dal cibo. E che, invece, si consuma proprio assumendo altro cibo.
Allo stesso modo, un ostacolo alla soluzione del problema è rappresentato proprio dalla dieta, che ci aspetteremmo come scelta risolutiva, ma che invece diventa pratica restrittiva e limitativa.
Se la dieta viene intesa e vissuta come la proibizione a mangiare, l’effetto immediato sarà quello di opprimere la persona che vi si sottopone. La quale, per uscire da questa ristrettezza, oppressiva ed imprigionante, tenderà naturalmente a trasgredire, cercando una illusoria libertà con il cibo che gli è stato proibito.
Più efficace della dieta in quanto tale, invece, si rivela il ricorso al mindful eating, pratica che insegna un atteggiamento concentrato sui sapori, sui profumi, sui sapori, sulla consistenza del cibo e sulle sensazioni corporee. Un pasto consumato lentamente permette ai recettori nervosi di registrare più facilmente il segnale di sazietà e governare, così, l’assunzione di cibo.
Insegna, e non è cosa da poco, a godere consapevolmente del piacere reale del pasto. Promuove uno stile di vita sano che tende a configurare un rapporto appagante tra cibo ed emozioni e prescinde da onerosi menù esclusivi di alta cucina.
Godere appieno dell’esperienza del cibo è una forma di piacere sensuale, risultato di elevati livelli di cultura materiale, propriamente tipica di una nutrizione sapiente.
Una competenza, questa, che tutti possono educare ed acquisire, per meglio prendersi cura di sé ed imparare a dialogare con i propri bisogni profondi.






