Calendari figurati la misurazione del tempo nel Medioevo a Ceccano

Nel Castello dei Conti di Ceccano sopravvivono preziosi frammenti di un calendario figurato medievale. Biancamaria Valeri ricostruisce il Ciclo dei Mesi e il modo in cui il tempo, le stagioni e il lavoro dell’uomo venivano rappresentati nel XIII secolo.
Calendari figurati la misurazione del tempo nel Medioevo a Ceccano

Calendari figurati

Calendari figurati la misurazione del tempo nel Medioevo a Ceccano

 

Ceccano (FR), Il Castello dei Conti, “visione stellare”
Ceccano (FR), Il Castello dei Conti, “visione stellare”

La città di Ceccano in provincia di Frosinone sorge su un colle dalle pendici ripide, su cui si aggrappano le case del borgo antico. Su tutte si erge maestoso e “terribile” il Castello dei Conti de Ceccano, un monumento di spicco del borgo grazie anche al recente restauro che ne ha permesso una maggiore fruizione da parte del pubblico. Le prime notizie del Castello risalgono all’XI-XII secolo, quando la rocca assunse grande importanza per essere della famiglia dei Conti de Ceccano, tra le casate di assoluto rilievo nell’area periferica dello Stato della Chiesa, essendo a baluardo dei suoi confini.

 

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Fu centro nevralgico della contea dei Conti de Ceccano, un territorio a cavaliere tra i Monti Lepini e la bassa Valle del fiume Amaseno. Dopo circa cinque secoli di dominio su Ceccano la famiglia Conti si estinse e il Castello e le sue pertinenze passarono ai Caetani ed in seguito, fino al 1816, ai Colonna. Dal 1734, anno in cui vi fu impiantato il tribunale generale, venne trasformato in carcere. Alla fine dell’800 i beni dei Colonna vennero acquisiti dal marchese Filippo Berardi, fautore della sua modernizzazione.

Il castello, che continuava a restare carcere, venne restaurato secondo lo stile neogotico. Venne innalzato di un piano e vennero aggiunte finestre a trifora ed una merlatura sul tetto e sulla torre. Dopo la chiusura del carcere nel 1973, seguì un lungo periodo di abbandono della struttura, che alla fine degli anni ’90 del secolo scorso fu acquistato dal Comune e sottoposto a restauro.

 

Ceccano (FR), Il Castello dei Conti, sullo sfondo a destra Frosinone
Ceccano (FR), Il Castello dei Conti, sullo sfondo a destra Frosinone

 

Durante i restauri sono emerse frammentarie decorazioni in due diversi ambienti situati al piano nobile della rocca, nel corpo di fabbrica addossato alla torre. In una stanza sono emersi i resti di un fregio narrativo, il Ciclo dei Mesi, e, in un’altra, di una zoccolatura in forma di velario a rotae tangenti. “La sequenza si presenta a registri sovrapposti su un comune fondo rosso, a dischi alternativamente cerchiati di blu e campiti di verde, o cerchiati di ocra e campiti di blu e includenti rosoni con petali frastagliati e bottone mediano, in risalto su fondo blu o su fondo bianco. Una tessitura romboidale rosso-blu contenente semicirconferenze più piccole si distingue appena in basso, dove scorre con accostamento regolare e intervallato tra due cornici a fascia rossa” (Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, 2020, Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge)

 

A sinistra: Ceccano (FR), Castello, camera picta, zoccolaturaricostruzione del motivo (Eugenio Furnari) in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera picta, zoccolatura
ricostruzione del motivo (Eugenio Furnari)
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.A sinistra: Ceccano (FR), Castello, camera picta, zoccolatura
ricostruzione del motivo (Eugenio Furnari)
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

 

a destra: Fondi, Castello Caetani, decorazione parietale della camera picta
Fondi, Castello Caetani, decorazione parietale della camera picta

In un ambiente orientato a sud-ovest è affiorata, invece, la porzione di un ciclo illustrante i Mesi, di cui restano quasi integre solo le due allegorie dei mesi di gennaio e febbraio. Il rinvenimento di tale emergenza artistica è molto importante perché ci testimonia uno dei rari esempi superstiti di ciclo pittorico “profano” in area laziale, che trova esempio imponente nella camera picta del Palazzo Caetani di Fondi (1299 circa).

 

Ceccano (FR), Castello, Camera dei Mesi, gennaio e febbraio, visione d’insieme
Ceccano (FR), Castello, Camera dei Mesi, gennaio e febbraio, visione d’insieme

 

Ceccano (FR), Castello, Camera dei Mesi, gennaio e febbraio, parete sud in Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, Camera dei Mesi, gennaio e febbraio, parete sud
in Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

 

Prima di passare alla descrizione dei due superstiti riquadri del più ampio ciclo dei mesi, affrescato nel Castello dei Conti di Ceccano, è bene fare un breve riferimento al senso del tempo e alla sua misurazione nel Medioevo. In tale periodo (mille anni, secondo la convenzione storiografica) la misurazione del tempo non era precisa e matematica come quella odierna; era fortemente legata ai cicli naturali, alle stagioni e alle esigenze della Chiesa. La vita quotidiana dei medievali, in massima parte addetti ai lavori agricoli, non era regolata dai numeri, ma dal suono delle campane delle chiese e dei monasteri, che scandivano le ore della preghiera (dette “ore canoniche” perché obbedivano a regole fisse, stabilite liturgicamente).

Insieme alla regolazione della giornata si rappresentava figurativamente il correre dei mesi e delle stagioni: il calendario, che era anche un complesso sistema per ordinare la vita religiosa, agricola e civile. Il Medioevo, questo millennio ingiustamente definito come l’età dei “secoli bui”, ci ha lasciato testimonianze artistiche relative alla scansione dell’anno di livello incommensurabile, testimonianza d’arte “minore”, ma non per questo meno importante e rappresentativa di una civiltà complessa, variegata e vivace.

Il calendario illustrato con il Ciclo dei Mesi era un calendario visivo; si rinviene nelle cattedrali, nei Libri d’Ore miniati, nella decorazione ad affresco di case nobili e castelli. In esso ogni mese dell’anno era associato a uno specifico lavoro agricolo o attività stagionali. L’anno scorreva attraverso i simboli allegorici di ogni mese: Gennaio: il riposo, il fuoco e il banchetto; Febbraio: la potatura delle viti o il taglio della legna; Marzo: la zappatura e la preparazione dei campi; Aprile: il risveglio della natura, la fioritura e i tornei cortesi; Maggio: la falciatura dell’erba o la partenza per la guerra/caccia (mese dei nobili); Giugno: la mietitura del grano; Luglio: la trebbiatura del grano; Agosto: la raccolta della frutta o il riposo dal caldo; Settembre: La vendemmia; Ottobre: la semina autunnale e la pigiatura dell’uva; Novembre: la raccolta delle ghiande per i maiali nei boschi; Dicembre: l’uccisione del maiale e la conservazione della carne per l’inverno.

In Italia abbiamo esempi grandiosi di tali Cicli dei Mesi; un nobile esempio lo troviamo nelle sculture che adornavano, nella cattedrale di Ferrara, l’antica Porta dei Pellegrini. Tale capolavoro della scultura duecentesca (1225-1230 circa) fu realizzato dal misterioso Maestro dei Mesi, artista che subì l’influenza di Benedetto Antelami. Le formelle offrono uno spaccato realistico della vita medievale, celebrando le attività agricole e le stagioni legate al lavoro umano e colpiscono l’immaginazione del fruitore per l’altissima qualità dei dettagli naturalistici, come i tessuti degli abiti o i tendini e le vene in rilievo sulle mani dei contadini.

In area laziale abbiamo la meraviglia rinvenuta “miracolosamente” a Roma nell’Aula Gotica del Monastero dei Ss. Quattro Coronati. Il salone “gotico” si trova al primo piano della Torre Maggiore ed era l’ambiente più prestigioso del palazzo cardinalizio di Stefano Conti (nipote di Innocenzo III, cardinale di S. Maria in Trastevere, Vicarius Urbis nel 1245).

In tale salone si svolgevano ricevimenti e si gestiva la giustizia. Gli affreschi fanno parte di un unico ciclo pittorico eseguito fra il 1235 e il 1247, opera di diversi artisti, alcuni dei quali rintracciabili in altri cicli pittorici coevi del Lazio, quali quello del Sacro Speco di Subiaco (1228) o della cripta del Duomo di Anagni (1227-1231 o 1250). Nei dipinti dell’Aula Gotica si individuano più mani tra le quali quella del Maestro Ornatista e quella del Terzo Maestro; ma forse anche Giunta Pisano, attivo a Roma sicuramente nel 1239, collaborò alla realizzazione.

Roma, Monastero dei Ss. Quattro Coronati, Aula Gotica (1227-1231 o 1250) Allegoria del mese di ottobre
Roma, Monastero dei Ss. Quattro Coronati, Aula Gotica
(1227-1231 o 1250)
Allegoria del mese di ottobre

 

Roma, Monastero dei Ss. Quattro Coronati, Aula Gotica
Roma, Monastero dei Ss. Quattro Coronati, Aula Gotica

L’impareggiabile bellezza e la vivacità cromatica oltre che iconografica della romana Aula Gotica non può essere messa a confronto con i lacerti del ciclo dei mesi rinvenuti nel Castello di Ceccano, espressione artistica, in ambito provinciale, di un comune modo di sentire e sentire con sentimenti laici il correre del tempo.

Nell’Aula Gotica gli affreschi testimoniano il momento in cui la pittura in Roma fonde la tradizione bizantina con un raffinato recupero della classicità antica e con l’incipiente stilema gotico. Si nota con evidenza il tratto riferibile al Terzo Maestro operante nella cripta di S. Magno in Anagni, detto l’ornatista. L’aula gotica si è preservata quasi integralmente, nonostante la scialbatura che subì e che coprì per molti secoli, fino alla fine del secolo scorso, lo splendore della decorazione. Ancora oggi mostra la bellezza intatta del momento in cui uscì dalle mani del suo artista.

In Ceccano, nel castello dei Conti, le raffigurazioni dei mesi e delle attività che li individuano, sono ancora inserite in geometriche cornici rettilinee, tracciate con colore rosso e in assenza di prospettiva. Sembra che le figure fluttuino nello spazio vuoto.

A Ceccano è rimasta quasi completa la decorazione dei mesi di gennaio e febbraio; degli altri riquadri è rimasto qualche lacerto frammentario, come anche frammentaria è la decorazione dello zoccolo parietale e della zona soprastante i riquadri dei mesi. Non si può esprimere un giudizio di valore, perché il ciclo di Ceccano ci è arrivato deturpato dalla violenza dei secoli e degli uomini; al contempo non si può minimizzare la sua importanza e la finezza decorativa, giunta in stato frammentario, ma frutto della committenza dei Conti de Ceccano.

 

Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, gennaio, parete sud in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, gennaio, parete sud
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

L’allegoria del mese di gennaio ci mostra un uomo, un contadino, seduto e con i piedi nudi, che si scalda al fuoco generato da legna bruciata su una graticola, una sorta di rudimentale focolare. Indossa una tunica di colore ocra coperta da una scamiciata con cappuccio di colore rosso bordeaux orlata con sottile linea bianca, ondulata, quasi a dare sensazione di panneggio. Dalla tunica ocra escono le maniche bianche di una camicia.

Il personaggio è seduto su di un disadorno sgabello, posto su un suppedaneo, coperto da un tappeto con decori geometrici a losanghe. La denominazione del mese, IANUARIUS, anche se lacunosa, si legge, scritta verticalmente in caratteri maiuscoli e gotici in alto a destra, in prossimità del volto del personaggio, di cui si intravvedono le fattezze somatiche, ben disegnate anatomicamente, e i capelli corti e di colore biondastro.

Quello che colpisce nell’osservare il volto è la cura anatomica e realistica, elementi che possono aiutare nella datazione del ciclo ceccanese, richiamando lo stile e l’arte di raffigurazioni coeve, come quella della cripta di S. Magno in Anagni e dell’Aula Gotica in Roma: metà del XIII secolo e, quindi, ci potrebbero far congetturare che la decorazione pittorica superstite di Ceccano, ancorché molto deteriorata, è giunta a noi a livello di stesura iniziale del disegno e del colore.

 

Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, allegoria del mese di febbraio, parete sud in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, allegoria del mese di febbraio, parete sud
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

Subito dopo la raffigurazione del mese di gennaio segue quella di febbraio. L’analisi attenta dell’affresco ci porta e rinvenire la denominazione indicata dall’autore, al momento della realizzazione del dipinto, nell’angolo in alto a sinistra, dove, nonostante una piccola lacuna, si legge, distintamente in caratteri gotici maiuscoli, disposti in verticale, la scritta: FEB(…)IUS, FEBRUARIUS ossia febbraio. Se ci richiamiamo alla ripartizione generale di riferimento per identificare i lavori svolti in ciascun mese, nei due affreschi superstiti di Ceccano, si riesce a identificare in gennaio l’allegoria del riposo e del fuoco; mentre l’allegoria del mese di febbraio ci indica che in tale periodo dell’anno, in cui la natura si sta per rigenerare dopo la lunga e fredda stagione invernale, nei campi l’agricoltore procede alla potatura delle viti con la roncola (di cui, nell’affresco ceccanese, è riprodotto solamente la sagoma indicata con linee giallo-verdi) o al taglio della legna.

Nella scena raffigurata per il mese di febbraio il contadino sta potando una vite, arbusto che si riconosce per la presenza di pampini stilizzati e di cirri o viticci, organi questi ultimi a forma di spirale che permettono alla pianta di arrampicarsi ai sostegni. Nei climi miti la potatura secca della vite avviene tra gennaio e febbraio: nell’allegoria raffigurata nel castello di Ceccano è confermata la tradizione iconografica, considerando il mese di febbraio anticipazione della primavera e periodo in cui inizia la rigenerazione della natura. Il contadino indossa una corta tunica ocra, cinta alla vita; lavora a mani nude e indossa una calzamaglia nera che gli copre piedi e gambe. Dallo scollo della tunica esce un cappuccio rosso bordeaux, che gli copre il capo e lo ripara dai rigori della stagione fredda, che si fa sentire con i suoi morsi. I caratteri somatici del contadino sono rappresentati con una certa perizia anatomica, anche se evidenziati con forti linee nerastre nella parte alta del volto. La linea di contorno scura, ben visibile in quanto rimane dell’affresco antico, ci indica l’espediente tecnico usato dall’artista di tracciare, prima che l’intonachino seccasse, la guida per la stesura del colore, servendosi di un pennello intinto in un pigmento scuro, spesso terra nera, terra d’ombra o ocra bruciata. E che sia plausibile quanto affermato è dato dalla constatazione del forte contrasto tra le morbide forme delle gote e del mento e lo scuro contorno delle orbite oculari, visibilissime anche nel personaggio che raffigura il mese di gennaio; come pure nelle pesanti linee nere per indicare i panneggi della tunica ocra nell’allegoria del mese di febbraio. Purtroppo il ciclo pittorico è stato vistosamente scalpellato, distrutto in più parti, con perdita del colore anche nello sfondo dei riquadri.

Il mese di marzo deve leggersi nel riquadro immediatamente successivo a quello di febbraio ed è purtroppo quasi completamente perduto, tranne che per il superstite intonaco rosso riferibile all’abito. Tale lacerto può essere identificato a buon ragione nel mese di marzo, essendo la decorazione della stanza a ciclo continuo, con la rappresentazione dei mesi realizzata in successione cronologica e senza soluzione di continuità. Nel medesimo modo deve identificarsi l’altro lacerto posto alla sinistra del mese di gennaio, nella parete a ovest, frammento identificabile come parte superstite del mese di dicembre. Possiamo immaginare lo sviluppo completo della decorazione della stanza ed anche ipotizzarne le sue dimensioni, considerando che i riquadri sono tutti delle medesime dimensioni e che su ogni parete dell’aula sono state raffigurate non più di tre allegorie. Era, quindi, una stanza di contenute dimensioni, sicuramente uno studiolo, dove nella parete a sud è stato raffigurata la sequenza Gennaio (incipit)-Febbraio-Marzo; nella parete a ovest quella Aprile-Maggio Giugno; nella parete a nord quella Luglio-Agosto-Settembre; nella parete a est quella Ottobre-Novembre-Dicembre.

 

Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, allegoria del mese di agosto, parete nord in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, allegoria del mese di agosto, parete nord
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

 

Del Ciclo dei Mesi si è salvato, miracolosamente, anche un frammento riferibile al mese di agosto. L’identificazione del soggetto è permessa dall’iconografia tipica del mese: la figura di un uomo dormiente, con la testa poggiata presumibilmente su un cuscino di colore rosaceo. È la raffigurazione del mese di agosto rappresentata dall’immagine di un uomo, dalla capigliatura a calotta di colore scuro, che si riposa e si difende dal caldo del solleone. La fisionomia dell’uomo dormiente è tracciata con linee di contorno compendiarie di colore scuro e giallo (sul mento) e su una gota con un vistoso e compatto pomello rosso, lo zigomo sinistro. Dell’affresco è rimasta traccia del disegno preliminare, in cui con pochissimi segni grafici e geometrici sono stati definiti i punti chiave del volto: la linea della mascella, il ponte del naso (unito in un unico blocco con l’arcata sopraccigliare, tipico dello stile bizantino) e la mandorla degli occhi. Il colore ocra è riferibile all’abbigliamento del contadino che si riposa.

Restano nella Camera con il Ciclo dei Mesi, altresì, alcuni lacerti di decorazione della zoccolatura, che copriva per un’altezza di circa due metri la parte bassa della parete. In questa sono riprodotti i panneggi di un velario di stoffa pregiata, fissata a festoni in una striscia continua di colore uniformemente rossastro, partitura dello spazio decorativo che si rileva anche nella camera picta del Castello Caetani di Fondi. La stoffa è decorata a riquadri con ritmo alternato di linee e complesse figure geometriche colorate in giallo e rosa. Tale decorazione è impreziosita, nello spazio superiore ad ogni festone, dalla raffigurazione di fioroni esalobati stilizzati rossi e blu di varia grandezza con sei lobi ciascuno; il fiore centrale, più grande, è abbellito da pistilli che emergono dalle giunzioni tra i lobi. Tutta la decorazione della sala è realizzata usando pochissimi colori: privilegiatamente rosso, rosa e giallo.

Soprastanti la fascia rossa, sono affrescate due fasce che riproducono decorazioni naturalistiche stilizzate e complesse. Queste due fasce sembrano quasi il piano di calpestio delle raffigurazioni dei mesi: la prima fascia è costituita da un motivo a zolle sollevate come onde azzurre, al cui interno corrono due fasce curvilinee bianche e rosse richiamanti il rosso degli stilizzati riccioli vegetali, che si innestano al centro della sommità dell’onda. Su una linea sottile verde pallido, quasi un prato stilizzato, è raffigurata una vegetazione di foglie, forse di acanto, e fiori in boccio scandita e replicata ritmicamente per tutto il corso della decorazione parietale. Visione sintetica degli elementi primordiali che costituiscono la Natura: aria, acqua, terra e fuoco. In questa decorazione sono spariti gli elementi astrologici, i segni zodiacali, che invece sono raffigurati, facendone parte integrante, nelle raffigurazioni del ciclo dei mesi negli esempi di Ferrara (Cattedrale), di Anagni (Cripta di S. Magno), nell’Aula Gotica (Roma, Santi Quattro Coronati).

 

Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, fregio sommitale parete sud in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, fregio sommitale parete sud
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

I segni zodiacali nel Ciclo dei Mesi di Ceccano sono messi in secondo piano dalle allegorie dei lavori agricoli stagionali; i simboli astrologici, ereditati dalla classicità romana, lasciano il posto a scene di vita quotidiana, come la vendemmia, la mietitura o la macellazione del maiale, per tre ragioni fondamentali: Cristianizzazione del tempo, in quanto nel calendario cristiano il focus si spostò sul lavoro dell’uomo, inteso come strumento di redenzione dal peccato originale; il tempo cosmico diventava tempo sacro; Funzione didascalica: sostituire il segno zodiacale con il lavoro agricolo del mese rendeva il calendario immediatamente comprensibile e utile alla vita pratica della comunità; celebrazione della creazione in quanto i mesi attraverso le attività umane e i ritmi della terra servivano a mostrare la perfetta armonia del creato. “Al sommo della parete la decorazione si chiude con una fascia di coronamento a linearistici girali di colore grigio-verde sottilmente lumeggiati di bianco, in spicco su un fondo giallo ocra e inserita tra due bande di vivido colore azzurro” (in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.). Tutta la scena delle opere e dei giorni è coperta e racchiusa del Cielo, all’interno delle sfere celesti. Ma al centro dell’universo c’è l’Uomo, il suo Lavoro ed anche il momento necessario del suo Riposo, refrigerio dell’anima e del corpo. Non è un caso che l’anonimo artista abbia scelto di raffigurare figure umane di dimensioni possenti e monumentali all’interno della narrazione di ogni mese. L’Uomo è figlio di Dio e fratello di Gesù Cristo; con la sua vita continua l’azione redentiva di cristo e consente la realizzazione del Regno di Dio.

Dal Ciclo dei Mesi, anche se giunto a noi in modo frammentario, l’ignoto decoratore del Castello di Ceccano si è ispirato ai più felici interventi decorativi di altri artisti più altolocati di lui, che, invece, operava in ambiente periferico e di confine nello Stato della Chiesa, pur commissionato da una potentissima famiglia quale quella dei Conti de Ceccano, influente non solo nel territorio ma anche a Roma e nelle strutture politiche e amministrative della Chiesa. Al contempo ha voluto inserire un elemento di novità nella raffigurazione artistica: adesione più convita ad una nuova modalità di concepire il tempo e lo spazio e l’azione dell’Uomo nella Storia. Per il castello di Ceccano e per la decorazione nelle sue sale può essere suggerito, come possibile committente, Landolfo II de Ceccano, fedelissimo della Chiesa romana e del Papato, i cui limiti cronologici si collocano tra il 5 aprile 1224, data in cui compare nel testamento del padre, il conte Giovanni I da Ceccano, e il termine del 19 agosto 1264 con il rogito del suo testamento. La sua morte o l’uscita definitiva dalla scena politica si colloca nei mesi successivi, intorno al 1265.

Pertanto probabilmente la decorazione delle sale del castello venne realizzata alla metà del XIII secolo, sicuramente da maestranze cistercensi di Fossanova abbazia per la quale Landolfo manifestò sempre particolare devozione e protezione.

 

Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, zoccolatura, parete sud in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.
Ceccano (FR), Castello, camera dei Mesi, zoccolatura, parete sud
in: Alessandra Acconci, Frammenti di un ciclo dei Mesi a Ceccano, cit.

Nella decorazione parietale che orna la parte sottostante alla raffigurazione del mese di gennaio, inizio della serie dei mesi, sotto la bordura superiore del primo festone si nota un elemento geometrico molto interessante. È raffigurato un rombo o losanga al cui interno è inscritto un altro rombo di più piccole dimensioni; la losanga esterna reca elementi sferici (forse “bisanti” o “tortelli” o “palle”) caricati in posizione mediana ai quattro lati.

Che cosa rappresenta tale modulo geometrico, isolato, che non si ripete più nella prosecuzione della decorazione, e in diretta prossimità della raffigurazione del mese di gennaio? L’analisi del contesto monumentale ne impone una lettura storico-artistica che lo riconduce alla categoria del signum magistri o marchio d’atelier. La natura non reiterata del simbolo esclude radicalmente la funzione di mero riempitivo ornamentale o di fregio seriale, isolando l’elemento come un unicum visivo e concettuale all’interno dello spazio affrescato. A sostegno della tesi che identifica in questa figura la firma cifrata del maestro pittore concorrono due dati oggettivi di stringente valore scientifico. In primo luogo, l’evidenza topografica: la collocazione del marchio all’altezza dell’alveo cronologico di gennaio risponde a una precisa logica di incipit del cantiere, legando indissolubilmente il sigillo d’autore alla “porta del tempo” e all’avvio metodologico dell’intero ciclo. In secondo luogo, il dato chimico-materiale offre la prova definitiva della contemporaneità d’esecuzione: il pigmento rosso bordeaux impiegato per la tracciatura della losanga mostra una perfetta omogeneità cromatica con il lotto pittorico steso sul mantello di gennaio. Questa identità del legante e della terra attesta che l’elemento geometrico è nato nella medesima giornata di lavorazione dell’intonaco fresco, escludendo l’ipotesi di graffiti successivi o interventi di restauro. Ci troviamo di fronte a una consapevole rivendicazione intellettuale e corporativa da parte di un maestro anonimo del XIII secolo, profondamente aggiornato sulle geometrie delle maestranze cistercensi, probabilmente provenienti da Fossanova, e romane, che ha inteso sigillare indelebilmente la propria opera all’apertura del percorso visivo commissionato dai Conti de Ceccano.

Biancamaria Valeri

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