L’ultimo buono
Berlinguer resta lì: una domanda scomoda davanti a una politica senza più pudore.
La domenica mattina porta spesso con sé il passo lento delle cose buone: una tavola che si prepara, una storia di paese, il lavoro silenzioso di chi produce, cucina, accoglie. Oggi, però, sento il bisogno di fermarmi davanti a un’altra fame, più difficile da raccontare: quella di fiducia, di rispetto, di politica pulita.
Questo editoriale nasce da lì. Da chi non trova più una voce a cui credere. Da chi guarda i palazzi e vede porte aperte sempre per gli stessi. Da chi lavora, aspetta, si arrangia, e poi viene giudicato perché non va a votare.
Raccontare il buono, ogni giorno, insegna a riconoscere anche la sua assenza.
Quando il buono sparisce dalla vita pubblica, quella mancanza diventa una ferita che riguarda tutti: chi cucina, chi produce, chi serve ai tavoli, chi apre una bottega, chi cresce figli, chi prova a restare onesto in un Paese dove troppo spesso il merito arriva dopo l’appartenenza.
Per questo oggi parlo di politica. Per una domanda che mi porto dentro da tempo: chi è stato l’ultimo politico buono?
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L’ultimo buono
L’ultimo buono
Enrico Berlinguer, l’ultimo buono
Provo a dirla con una domanda semplice, quasi ingenua.
Chi è stato l’ultimo politico buono?
Non il più bravo. Non il più furbo. Non quello che ha vinto di più. Buono, nel senso vero della parola. Uno che ha passato la vita a lavorare per gli altri prima che per sé. Uno che, quando parlava, veniva ascoltato con rispetto anche da chi non lo votava.
A me viene in mente un solo nome.
Enrico Berlinguer.
L’uomo del compromesso storico. L’uomo che cercava un ponte invece di una trincea. Apprezzato a destra quanto a sinistra, non perché fosse debole, ma perché era credibile. Aveva un’idea della politica come servizio, disciplina, responsabilità. Non come bottino.
Da allora, almeno nella mia memoria, faccio fatica a trovarne un altro.
E questo, credo, è uno dei grandi problemi italiani.
Guardo la destra di oggi e vedo spesso arroganza travestita da forza. Vedo il potere raccontato come ordine, le regole invocate con severità quando riguardano gli altri e piegate con troppa disinvoltura quando toccano amici, fedeli, ambienti vicini. Vedo parole dure, toni muscolari, una gestione del dissenso che lascia poco spazio al confronto vero. Chi non la pensa allo stesso modo viene spesso trattato come un nemico da marginalizzare, deridere, zittire.
Una democrazia forte regge le idee divergenti. Una politica fragile le teme.
Guardo la sinistra, il Partito Democratico in particolare, e vedo un’altra storia con un finale simile. Un partito che doveva rappresentare chi sta in basso e che, pezzo dopo pezzo, ha imparato a stare comodo tra chi sta in alto. Ha parlato di lavoro, periferie, uguaglianza, diritti, giustizia sociale. Poi troppe volte ha smesso di cercare il popolo e ha iniziato a difendere apparati, correnti, posizioni, convenienze.
La sinistra italiana ha vissuto a lungo anche dell’ombra morale di Berlinguer. Ma le ombre, prima o poi, si allungano fino a sparire. Quando svanisce la figura che tiene insieme una tradizione, resta l’apparato. E l’apparato, da solo, non scalda nessuno.
Non parlo per sentito dire. Conosco persone, storie, percorsi costruiti più sull’appartenenza che sul merito. Accade a destra. Accade a sinistra. Accade in tanti luoghi dove il potere decide chi entra, chi resta fuori, chi viene aiutato, chi deve continuare a bussare.
Vicino a questo o quel mondo politico, arriva il corso giusto al momento giusto, la specializzazione utile, il settore che tira, la porta che si apre. Oggi cybersicurezza, domani transizione energetica, dopodomani comunicazione istituzionale, poi bandi, consulenze, incarichi, tavoli, fondazioni, società partecipate. La competenza serve, certo. Il talento conta. Ma quando l’accesso dipende troppo spesso dalla relazione giusta, la meritocrazia diventa una parola buona per i convegni.
Queste logiche non si fermano alla politica. Anche una parte del sindacato, che dovrebbe stare dalla parte di chi lavora, ha imparato troppo bene il linguaggio dei palazzi. Poltrone, distacchi, incarichi, fedeltà di tessera, equilibri interni. Doveva essere la voce di chi non ha voce. Troppe volte è diventato un altro luogo dove qualcuno trova posto mentre altri restano fuori.
Alla politica italiana manca la bontà d’animo.
Sembra una parola ingenua, quasi fuori moda. Bontà. Oggi fa sorridere chi confonde la bontà con la debolezza, la misura con l’assenza di carattere, il rispetto con la resa. Eppure la politica, quando perde la bontà, smette di essere servizio e diventa gestione del potere.
E allora arriviamo al punto che mi sta più a cuore: quelli che non votano più.
Li giudichiamo con troppa facilità. Li chiamiamo disinteressati, pigri, irresponsabili. Io credo che in molti casi sia l’esatto contrario. Sono persone lucide, stanche, deluse. Hanno guardato la destra e hanno visto arroganza. Hanno guardato la sinistra e hanno visto opportunismo vestito da ideale. Hanno ascoltato promesse, slogan, appelli, campagne elettorali, e hanno deciso che nessuna di quelle voci meritava ancora la loro fiducia.
Non gli manca la voglia di partecipare.
Gli manca qualcuno per cui valga la pena farlo.
Chi vota oggi, spesso, lo fa per riflesso identitario più che per speranza. C’è chi a destra cerca l’uomo forte, convinto che basti il carisma a sistemare ciò che non funziona. C’è chi a sinistra continua a votare per memoria, abitudine, appartenenza, o perché una rete di relazioni gli ha garantito negli anni una posizione, una sicurezza, un lavoro che da solo forse non avrebbe trovato.
E chi si definisce alternativa, a sinistra della sinistra, appare spesso meno vicino al popolo di quanto vorrebbe far credere. Salotti televisivi, propaganda costante, parole giuste pronunciate da luoghi sempre più distanti dalla vita quotidiana. Si parla di ultimi, ma gli ultimi raramente siedono a quel tavolo. Si parla di piazze, ma si vive davanti alle telecamere. Si critica la destra usando spesso gli stessi meccanismi comunicativi della destra: presenza mediatica, slogan, semplificazione, postura.
Da una parte all’altra dello schieramento, tanta promessa e poca presenza.
Il popolo, intanto, resta lì. Aspetta. Lavora. Si arrangia. Guarda chi entra nei palazzi e chi rimane fuori. Guarda figli preparati che non trovano spazio, persone capaci costrette a chiedere favori, territori interi trattati come bacini elettorali e poi dimenticati il giorno dopo il voto.
Poi qualcuno si stupisce se le urne si svuotano.
C’è anche un’altra cosa che mi preoccupa, e va detta con chiarezza. Mentre la politica tradizionale perde credibilità, cresce un rancore più cupo. Una nuova dimensione politica che torna a usare il colore della pelle come argomento. Che fatica a riconoscere a una donna il rispetto pieno che le spetta. Che guarda la fragilità, la disabilità fisica o mentale, la diversità, come un peso invece che come parte della dignità umana. Pensavamo di aver archiviato certi linguaggi. Invece stanno tornando, a volte più furbi, più mascherati, più presentabili, ma con lo stesso veleno di sempre.
Questo non è pluralismo. È un campanello d’allarme.
E il mondo attorno a noi non consola. La politica internazionale sembra abitata da uomini che parlano di pace mentre alimentano conflitti, invocano libertà mentre corteggiano autoritari, difendono valori mentre li sacrificano alla convenienza. Donald Trump ha portato l’arroganza politica su una scena mondiale, e attorno a lui molti hanno scelto l’adulazione, il calcolo, la paura di restare fuori. La storia insegna che stare troppo vicino agli autoritari lascia sempre un prezzo da pagare.
Anche davanti alla tragedia del Medio Oriente, davanti alla sofferenza dei civili, davanti alle immagini che ogni giorno entrano nelle nostre case, troppi leader scelgono la convenienza geopolitica al posto del coraggio umano. La bontà politica, quella vera, si vede soprattutto quando costa qualcosa. Quando obbliga a perdere consenso, a scontentare alleati, a dire una parola scomoda.
Qui si misura la statura di un leader.
Quello di cui questo Paese ha bisogno non è un nuovo slogan. Non è un nuovo volto da campagna elettorale. Non è l’ennesima promessa pronunciata con il tono giusto davanti a una telecamera.
Ha bisogno di un leader buono.
Uno vero.
Uno che torni a parlare con la gente, non alla gente. Uno capace di ascoltare prima di occupare uno spazio. Uno che scelga i migliori invece dei fedeli. Uno che sappia perdere un vantaggio pur di restare giusto. Uno che non usi il popolo come scenografia, ma lo consideri la ragione stessa della politica.
Il popolo non chiede miracoli. Chiede rispetto. Chiede lavoro senza dover elemosinare appartenenze. Chiede competenza senza dover baciare anelli. Chiede servizi, dignità, ascolto. Chiede una politica che non consideri i cittadini un pubblico da convincere, ma una comunità da servire.
Gli astensionisti non si recuperano con gli appelli del giorno prima delle elezioni. Si recuperano con anni di coerenza. Con amministratori che camminano nei quartieri anche quando non ci sono fotografi. Con partiti che scelgono persone libere, preparate, oneste. Con una destra capace di governare senza arroganza. Con una sinistra capace di tornare umile, concreta, popolare. Con una classe dirigente che ricordi una verità semplice: il potere passa, il giudizio resta.
L’ultimo buono, per me, resta Berlinguer.
Forse perché non aveva bisogno di sembrare vicino al popolo. Lo era.
Il giorno in cui tornerà una figura capace di quella credibilità, molte persone rientreranno nei seggi senza sentirsi prese in giro. Fino ad allora continueremo a vedere urne sempre più vuote e palazzi sempre più pieni.
E questa, più che una crisi politica, è una sconfitta morale.
L’ultimo buono






