Tenuta San Guido
Tenuta San Guido: alle origini del Sassicaia, il grande vino di Bolgheri
Il vino che viene dai sassi
Il viale dei cipressi lo conoscevo da sempre. Dai versi studiati a scuola, dalle etichette, da mille fotografie.
Poi ci sono entrata. E le parole mi sono passate.
Due file alte, dritte, silenziose. Quasi cinque chilometri che ti portano verso Bolgheri senza chiederti niente. In fotografia sono un bel colpo d’occhio. Dal vero ti mettono a tacere.
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Una terra che si ascolta
Duemilacinquecento ettari. Tredici chilometri dalla collina al mare.
E le vigne? Il cinque per cento. Solo il cinque.
Ci ho ripensato a lungo, per tutta la giornata. Chi possiede una terra così poteva riempirla di filari. Ha scelto di no. Ha scelto i punti giusti, quelli che meritano, e ha lasciato il resto al bosco, al padule, ai cavalli, agli animali. Ha scelto di togliere invece di aggiungere.
Nel nostro mondo, dove tutto deve crescere, produrre di più, arrivare prima, questa è una lezione che pesa. E io l’ho sentita addosso.
Un uomo, un’intuizione, un sasso
Tutto comincia con Mario Incisa della Rocchetta, agronomo, sognatore, testardo nel modo più bello. Guarda i suoi terreni di Bolgheri, ghiaiosi, ciottolosi, misti ad argilla, e ci vede Bordeaux. Ci vede Graves.
Il Cabernet, così lontano dalla tradizione toscana, così lontano dal Sangiovese.
Lui pianta. Nel 1944, mentre il mondo bruciava, pianta poco più di un ettaro di Cabernet Sauvignon. Un ettaro. E per più di vent’anni quel vino non lo vende: lo beve con la famiglia e con gli amici. Solo dopo, con l’annata 1968, esce nel mondo.
Pensateci. Più di vent’anni di attesa. Nessuna fretta, nessun mercato, nessun applauso. Solo la convinzione che quel vino, prima o poi, avrebbe detto qualcosa.
E l’ha detto. Nel 1978, a Londra, in una degustazione alla cieca organizzata da Hugh Johnson per Decanter, il Sassicaia 1972 arriva primo tra trentatré vini a base Cabernet da tutto il mondo. Il vino nato dai sassi, che sbaraglia il resto del mondo.
Mi vengono i brividi ogni volta che lo scrivo.
Oggi quel vino ha una denominazione tutta sua: Bolgheri Sassicaia DOC, dal 2013. In Italia, il primo vino di una singola azienda ad avere una denominazione riservata solo a lui.
La bellezza che non si mette in vetrina
Sapete che cosa mi ha colpita di più? La sobrietà.
La cantina all’imbocco del viale è semplice, seminascosta dalla vegetazione. Non grida. Non ha bisogno di gridare. La filosofia della casa è contraria a ogni esibizione. E si sente. Si sente nei gesti, nel modo di parlare, nell’assenza totale di quella smania di farsi guardare che ormai troviamo dappertutto.
Qui la vendemmia si fa a mano. Non si usano lieviti artificiali, per non alterare la personalità del vino. Si cerca l’equilibrio, non la concentrazione. Eleganza, freschezza, tannini che scivolano. Lo si dice piano, come si dicono le cose di cui si è sicuri.
Poi entriamo nella barricaia.
Da fuori è tutto mattoni: due corpi bassi, uniti da una mezza torre di vetro e acciaio. Sta accanto alla prima cantina, quella di cui parlavo, e non fa niente per farsi notare.
Dentro fa più fresco. Le barrique sono in fila, una dopo l’altra, e il vino che custodiscono sta ancora facendo la sua strada. Mi fermo a guardarle. Per un po’ non chiedo niente a nessuno.
E poi arriva il momento dell’assaggio
Il Sassicaia è naturalmente il vino simbolo. Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, parcelle selezionate, suoli differenti e un affinamento che accompagna il vino verso quella complessità che lo ha reso celebre. Assaggiandolo, penso a quanto sia difficile raccontare un vino così conosciuto senza lasciarsi condizionare dal suo nome. Preferisco ascoltarlo nel bicchiere. La struttura è presente, così come la freschezza, il carattere e quella capacità di evolvere che appartiene ai grandi vini. La sensazione più interessante è l’equilibrio: ogni componente sembra trovare il proprio spazio senza sovrapporsi alle altre.
Il Guidalberto mi racconta invece un volto diverso della Tenuta. Nato con la vendemmia 2000 dopo oltre vent’anni di sperimentazioni, unisce Cabernet Sauvignon e Merlot. Il suo nome richiama Guidalberto della Gherardesca, antenato ricordato per il suo ruolo nello sviluppo agricolo di Bolgheri e per la realizzazione del celebre Viale dei Cipressi. Nel bicchiere trovo un’espressione più immediata e morbida, con il Merlot che accompagna la struttura del Cabernet Sauvignon verso una beva piacevole, elegante e già molto leggibile.
Le Difese, infine, è il vino che accoglie. Nato con la vendemmia 2002, unisce Cabernet Sauvignon e Sangiovese e porta nell’etichetta il richiamo ai denti del cinghiale. Ha una personalità più giovane, fresca e conviviale. È il vino che immagino facilmente a tavola, capace di accompagnare una cucina diversa e di avvicinare anche chi desidera entrare nel mondo di Tenuta San Guido attraverso una bottiglia meno impegnativa.
Quello che mi porto a casa
Non mi porto a casa un’etichetta né un punteggio. Mi porto a casa l’idea che la grandezza sia una questione di pazienza. Che una famiglia possa passarsi un’idea di generazione in generazione, come si passa un pezzo di pane, e che oggi i cugini della terza generazione abbiano la stessa responsabilità di chi ha piantato quel primo ettaro: non tradire.
Mi porto a casa una domanda, che vale anche per noi, per la nostra Ciociaria, per le nostre vigne e le nostre cantine: che cosa siamo disposti ad aspettare?
Questa terra bisogna vederla. E poi bisogna berla, piano, in silenzio.






