Primosic, dove la Ribolla racconta Oslavia

Nel nuovo appuntamento de Il vino sottovoce, Alessia Mirone racconta Primosic, storica cantina di Oslavia scelta da Daniele Attini e Cantine Mida. Dalla ponca alla Bora, dalla Ribolla Gialla agli Orange Wine, un viaggio dentro un territorio e una famiglia che da cinque generazioni custodiscono una precisa idea di vino.
Primosic, dove la Ribolla racconta Oslavia

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Primosic, dove la Ribolla racconta Oslavia

Nel Collio, tra ponca, Bora e cinque generazioni di famiglia, ho incontrato con Daniele Attini e Cantine Mida una cantina capace di raccontare il territorio attraverso vini profondamente diversi, ma figli della stessa terra

Oslavia arriva prima del vino. La strada sale tra le colline del Collio e, mentre ci avviciniamo alla cantina Primosic, Daniele Attini comincia a raccontarmi perché Cantine Mida ha scelto di conoscere da vicino questa famiglia prima di proporne le bottiglie. È il modo migliore per capire un vino: vedere dove nasce, parlare con chi lo produce, toccare la terra e ascoltare una storia che qui attraversa cinque generazioni. Primosic, infatti, non si comprende soltanto leggendo un’etichetta. Bisogna arrivare fin qui, tra la ponca, la Bora e i vigneti di Oslavia, per intuire davvero cosa finisce poi nel bicchiere.

Primosic

È proprio questo il percorso che amo fare insieme a Mida: partire da una selezione, andare oltre il catalogo, incontrare i produttori, ascoltarli e capire perché un vino meriti davvero di arrivare fino a noi. Primosic ci ha accolti con una storia lunga, raccontata senza ostentazione. Le radici della famiglia risalgono all’Ottocento, quando i loro vini venivano già commercializzati nell’Impero asburgico. Due secoli dopo quella continuità è ancora viva. Uno dei suoi simboli è la “Numero Uno”, la prima bottiglia del Consorzio Collio, prodotta proprio dalla cantina Primosic: una piccola testimonianza capace di raccontare quanto questa famiglia abbia partecipato alla costruzione dell’identità vitivinicola del territorio.

Qui Collio e Oslavia sono due anime della stessa collina. Il primo è una delle grandi patrie italiane dei vini bianchi; Oslavia ha invece costruito una personalità fortissima attorno alla Ribolla Gialla e ai vini macerati. Marko Primosic racconta il territorio attraverso due versanti: uno più soleggiato, vocato alla Ribolla e ai vini ambrati, l’altro più fresco, ideale per vini dorati e verticali. È un’immagine semplice, eppure racconta perfettamente la loro filosofia: le differenze non vengono cancellate, convivono.

Camminando tra i filari si incontra subito la ponca, quel terreno di marne e arenarie che si sbriciola tra le mani e che qui diventa quasi la firma del vino. Da sommelier utilizziamo spesso termini come mineralità e sapidità; ad Oslavia assumono un significato molto più concreto perché la terra che cerchiamo nel bicchiere l’abbiamo appena calpestata. Poi arriva la Bora, presenza autentica nella vita di queste colline. Silvan Primosic ricorda quando da bambino andava a scuola a piedi e le raffiche erano tanto forti da far cadere lui e i compagni. Si rialzavano ridendo e proseguivano. Oggi quello stesso vento asciuga i vigneti, protegge i grappoli dall’eccessiva umidità e contribuisce alle escursioni termiche che preservano aromaticità e freschezza.

È però attraverso tre vini che, durante la visita, ho percepito davvero la personalità di Primosic.

La prima è la Ribolla Gialla “Think Yellow”, forse il modo più immediato per avvicinarsi a questo vitigno. Giovane, luminosa, vinificata prevalentemente in acciaio, conserva quella freschezza che rende la Ribolla così riconoscibile. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi dorati; il profumo richiama la mela, il fieno appena tagliato e, con l’apertura, delicate sfumature di acacia. In bocca è asciutta, citrina, fresca, con una mineralità gentile. Mi piace perché non cerca di impressionare: racconta la Ribolla con semplicità. È il vino che immagino accanto a un crudo di pesce, a un sushi ben eseguito o a un antipasto leggero, magari in una sera in cui si ha semplicemente voglia di bere qualcosa capace di mettere tutti d’accordo.

Poi arriva la Ribolla Gialla Riserva, e il linguaggio cambia completamente. Qui entriamo nel cuore del lavoro di Primosic sugli Orange Wine. Le uve, raccolte mature, fermentano spontaneamente per circa quattro settimane a contatto con le bucce in tini aperti. Seguono affinamenti lunghi, prima in legno e poi in bottiglia. Il risultato è un vino ambrato, profondo, capace di evolvere. Al naso ritrovo i fiori d’acacia, poi la scorza di chinotto; al palato arrivano sensazioni che ricordano il nocciolo dell’albicocca e la castagna. C’è tannino, c’è materia, c’è quella mineralità che ad Oslavia sembra non voler abbandonare mai il vino.

Gli Orange Wine oggi vengono spesso raccontati come una tendenza. Qui sarebbe riduttivo. A Oslavia la macerazione appartiene alla cultura del luogo. La buccia non è un elemento da eliminare rapidamente, ma una parte dell’uva da ascoltare. Ed è proprio questo che trovo affascinante nella Ribolla Riserva: richiede tempo, cambia nel calice, pretende attenzione. È un vino da portare a tavola con piatti che abbiano struttura: pesci grassi, tempure, carni bianche, anatra, agnello, formaggi stagionati o preparazioni speziate. Uno di quei vini capaci di trasformare l’abbinamento in conversazione.

La terza bottiglia ci ricorda che Primosic non vive soltanto di bianchi. Il Refosco dal Peduncolo Rosso porta nel bicchiere un’altra parte del Friuli Venezia Giulia. Viene vinificato in cemento, volutamente senza ricorrere al legno, per conservarne il carattere diretto e fruttato. Il colore vira verso il violaceo, mentre al naso arrivano mora selvatica, amarena e frutti rossi. Al palato conserva freschezza, sapidità e un tannino presente senza diventare aggressivo. È un rosso genuino, capace di essere servito leggermente fresco e di accompagnare tanto un barbecue estivo quanto piatti più intensi nei mesi freddi. Mi diverte persino l’idea suggerita dalla cantina di provarlo con una pizza alla ’nduja o con salamino piccante: perché il vino, quando è fatto bene, può permettersi anche di uscire dalle liturgie.

Mentre assaggiamo queste tre etichette ritrovo il senso della scelta fatta da Daniele Attini e Cantine Mida. Portare Primosic a Ferentino significa proporre vini diversi tra loro, ma soprattutto offrire a chi li sceglierà una storia da conoscere. Per presentare davvero queste bottiglie bisogna parlare di Oslavia, spiegare la ponca, raccontare la Bora, far capire perché la Ribolla possa essere tanto fresca e immediata in “Think Yellow” quanto profonda e tannica nella Riserva. È qui che la distribuzione diventa anche cultura del vino.

Prima di lasciare Oslavia scopro il Percorso delle Panchine Arancioni, sette sedute disseminate tra i vigneti. È un invito molto semplice: fermarsi e guardare. Mi sembra quasi lo stesso gesto richiesto dai vini che abbiamo appena assaggiato.

Quando siamo ripartiti, io e Daniele abbiamo continuato a parlare delle bottiglie, ma soprattutto della famiglia, della terra e delle persone incontrate. Ed è forse questo il segnale più bello. Quando torni da una cantina ricordando unicamente un vino, hai fatto una buona degustazione. Quando porti con te anche il vento, una manciata di ponca e le parole di chi quella terra la vive ogni giorno, hai incontrato qualcosa di più.

Primosic entra così nel percorso di Cantine Mida: con tre vini, tre caratteri e una sola origine. E ancora una volta il privilegio de Il vino sottovoce è proprio questo: arrivare fino alla bottiglia passando prima dalle persone e dai luoghi che l’hanno resa possibile.

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