IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FERENTINO

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FERENTINO. Scopri il nuovo riallestimento della sezione epigrafica al MAF di Ferentino. Un viaggio tra storia romana, il trapezoforo e il cippo miliare di Traiano.
IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FERENTINO

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FERENTINO

La storia della Città si fonda sul passato perché senza memoria non c’è conoscenza

Il 9 settembre 2026 è stata inaugurata, dopo il suo riallestimento nei locali del Palazzo “Martino Filetico”, la sezione epigrafica del Comune di Ferentino. È il primo segmento del più vasto progetto di organizzazione del Museo Archeologico di Ferentino (MAF), un museo che mira a un obiettivo fondamentale: raccogliere ed esporre la storia, lunga oltre 2600 anni, della Città.

Per l’occasione sta per essere pubblicato un volume in cui presentare la ricchezza storica e artistica custodita nel MAF e nasce dall’ampliamento di una ricerca didattica che Maria Teresa Valeri, docente di storia dell’arte, svolse nell’A. S. 2001-2002 con i suoi alunni della classe V sez. B indirizzo liceo classico dell’IIS “Martino Filetico” di Ferentino.

Gli Studenti guidati dalla Prof.ssa Maria Teresa svilupparono una ricerca laboratoriale, da presentare alla Commissione Ministeriale per gli esami di stato A. S. 2001-2002: “Ferentino la città-museo. Un Museo per la città”. Fu un lavoro fresco, di scuola e ben fatto, svolto con grande impegno ed entusiasmo.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FERENTINO

È doveroso citare i loro nomi: Arduini Marilena, Boccanelli Donatella, Cocco Emanuela, Coletta Riccardo, Collalti Stefania, Crescenzi Marco, Datti Danila, Datti Valeria, De Santis Emanuele, D’Onofri Ilaria, Fiorletta Sara, Gallo Alessandra, Giorgi Claudia, Iorio Cristina, La Bella Antonio, Mariotti Francesco, Moriconi Isabella, Paluzzi Ilaria, Podagrosi Francesco, Principali Simone, Salvatore Serena, Smiroldo Alessia, Sordi Daniela, Tribioli Francesca, Valeri Elena (i loro nomi sono in elenco alfabetico per cognome). A loro va il mio personale ringraziamento per la passione che profusero nello svolgere il lavoro, per l’intelligenza organizzativa, per la collaborazione generosa tra colleghi di “cordata”. Queste caratteristiche li hanno portati a raggiungere nella vita alti traguardi lavorativi e scientifici.

In occasione della riorganizzazione della collezione epigrafica e archeologica del Comune di Ferentino (9 settembre 2026) Biancamaria Valeri ha apportato alla ricerca originaria revisione, integrazioni e aggiunte, per poter dare maggiore contezza di quanto sia stata importante la storia romana di Ferentino. Lo testimoniano le epigrafi classiche rinvenute nel nostro territorio alla metà del XIX secolo, il cui patrimonio fu vagliato da insigni studiosi ottocenteschi collaboratori di Teodoro Mommsen nella stesura del X libro del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL). Tale corredo epigrafico fu nel secolo successivo ampliato grazie a scavi e rinvenimenti occasionali, fino a giungere alla collezione attualmente ospitata nel Museo Archeologico di Ferentino (MAF).

La collezione è imponente non tanto per il numero dei reperti conservati quanto piuttosto per la grande storia che essi tramandano anche attraverso i resti mutili di alcune di essi. Iiro Kajanto (1925-1997), grande epigrafista finlandese, nel suo prezioso saggio Un’analisi filologico-letteraria delle iscrizioni onorarie, pubblicato in “Epigraphica. Rivista Italiana di Epigrafia”, XXXIII genn.-dic. 1971, alla p. 3, indica che cosa si deve intendere per epigrafia e come l’epigrafia, da disciplina ausiliaria della storia, diventa essa stessa linea maestra su cui lo studio deve incamminarsi per interpretare con acribia le fonti e scrivere con oggettività e, per quanto possibile, con completezza il discorso storico.

“Si è talvolta tentati di rimproverare gli epigrafisti di essere troppo storici e troppo poco filologi. Per filologia intendo quello studio generale dell’antichità classica, che comprende lingua, letteratura e storia culturale, ma che lascia largamente ad altri la storia politica. Lo storico si serve delle iscrizioni per ricostruire la storia; il filologo le utilizza, oltre che ai fini dell’analisi linguistica, anche per indagare idee ed attitudini. Ora, sono state soprattutto le iscrizioni onorarie ad essere considerate riserva esclusiva degli storici… L’epigrafia moderna attribuisce grande importanza all’ambiente, inteso nel più ampio senso della parola, dell’iscrizione. Le iscrizioni non dovrebbero mai essere studiate isolatamente”.

Seguiamo il consiglio del grande Professore e cominciamo a riconoscere alla documentazione conservata nelle sezioni epigrafiche dei musei archeologici, la funzione di essere documenti notevoli, sia come riflesso di idee ed atteggiamenti sia come testimonianze di carriere ufficiali sia come tasselli indispensabili per ricostruire la storia del passato lontano, facendola diventare a noi presente.

Pubblico alcune anticipazioni del volume, che sto curando, con il desiderio di attirare l’attenzione sull’importanza del museo, non luogo stantio e polveroso, difficile da comprendere, ma laboratorio di pensieri, conoscenza e consapevolezza anche per l’oggi.

IL TRAPEZOFORO

IL TRAPEZOFORO
IL TRAPEZOFORO

Nel MAF è esposta un’elegante lastra di marmo scolpita: un trapezoforo pertinente a cartibulum. Tale lastra è un elemento d’arredo in pietra o marmo tipico delle case romane antiche, progettato specificamente per fungere da sostegno monumentale per un tavolo rettangolare di lusso, il cartibulum. Questo era un tavolo cerimoniale fisso, solitamente collocato nell’atrio (atrium) della domus romana, alle spalle del bacino per la raccolta dell’acqua piovana (impluvium). Serviva a mostrare le stoviglie preziose della famiglia, per ostentare la ricchezza dei proprietari. Il trapezoforo (termine tecnico dal greco trapezophóros: “che porta la tavola”) indicava il piede o la base del tavolo. Nel caso del cartibulum i trapezofori erano solitamente due grandi lastre simmetriche di marmo scolpito, posizionate ai lati corti per reggere il piano orizzontale. Questi sostegni erano riccamente decorati con altorilievi. Tra i motivi più frequenti, visibili ad esempio nei numerosi ritrovamenti di Pompei, figurano creature mitologiche speculari come grifi, sfingi, arpie o leoni alati, spesso uniti al centro da elementi vegetali, palmette, anfore o girali. Le estremità inferiori terminavano quasi sempre con vistose zampe feline o leonine. (cfr.: TRAPEZOFORO, voce a cura di F. Coarelli, in Enciclopedia dell’Arte Antica, 1966)

La caratteristica dell’unica lastra superstite di Ferentino è che le sue due facce presentano differenti motivi floreali stilizzati. Le figure ferine scolpite sui due lati sono speculari e guardano verso l’esterno; sono due leoni-ariete alati con possenti zampe leonine. Lo spazio centrale tra le due figure mitologiche è interamente occupato da una ricca decorazione a girali vegetali e motivi a calice.

Il trapezoforo di Ferentino richiama il raffinato gusto, di ispirazione ellenistica, con cui i romani abbellivano le loro domus. Sul lato A lo spazio centrale tra le due figure mitologiche è interamente occupato da una ricca decorazione a girali vegetali e motivi a calice. Da ampi steli ondulati alla base si sviluppano volute simmetriche a spirale arricchite da foglie d’acanto, che convergono verso un bocciolo floreale nella sezione superiore sotto la cimasa, forse un fiore di loto. Il lato B si presenta più semplice nel decoro centrale, rappresentazione di un elegante motivo fitomorfo a palmetta e volute vegetali che si sviluppa verticalmente. L’intero blocco poggia su una solida base rettangolare e presenta una modanatura liscia sulla parte superiore, pensata originariamente per ospitare o sorreggere il piano marmoreo del tavolo (mensa).

Di tale tipologia di arredo scultorio, molto diffuso nelle domus di epoca romana, si conservano celebri esemplari nei Musei Vaticani e nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Tutt’oggi sono un modello di riferimento classico per la realizzazione di riproduzioni d’arte e basamenti monumentali per tavoli da pranzo e da giardino. Segue una foto che testimonia la diffusione del trapezoforo, elemento architettonico d’arredo e del suo genere decorativo. La somiglianza con il trapezoforo di Ferentino è strabiliante.

CIPPO MILIARE TRAIANEO DATABILE AL 114 D. C. CIRCA

CIPPO MILIARE TRAIANEO DATABILE AL 114 D. C. CIRCA
Ferentino, Museo Archeologico di Ferentino
cippo miliare traianeo, databile al 114 d. c. circa – CIL, X, 6887
altezza 2,10 metri
diametro di 70 centimetri
foto di Biancamaria Valeri

L’iscrizione catalogata come CIL X, 6887 è un’epigrafe stradale di eccezionale valore storico situata a Ferentino, al miglio VII della via Latina; indica la distanza tra Ferentino e il compitum anagninum (grosso modo l’Osteria della Fontana ad Anagni). Si tratta di una colonna miliare romana, posta originariamente lungo la rete viaria del territorio e legata direttamente ai grandi lavori infrastrutturali dell’imperatore Traiano. Alla metà dell’Ottocento fu collocata in Piazza Mazzini; attualmente è nel MAF. L’iscrizione, incisa su fusto cilindrico, celebra i lavori di rifacimento stradale ordinati dall’imperatore Traiano, intorno al 114 d.C. (faciendam curavit). Maurizio Giovagnoli in un pregevole studio da lui pubblicato nelle Edizioni Quasar: Società, economia, religione delle città erniche: Alatri, Anagni, Capitulum Hernicum, Ferentino e Veroli (Edizioni Quasar, 2023) discetta sulla formula finale dell’iscrizione, “faciendam curavit”. Mette in risalto “un aspetto del miliare non evidenziato fino ad oggi e degno di nota”: “faciendam curavit, variante della più diffusa espressione faciendum curavit”. (M. Giovagnoli, cit. p.174). Lo studioso individua questa variante al femminile attestata solo in un ristretto gruppo di miliari riconducibili a lavori stradali.

Abbiamo un esempio di miliario, simile a quello di Ferentino (2,10 m x 70 cm di diametro): si trova al XVIII miliario (18° miglio) della Via Salaria, celebrativo dell’intervento stradale disposto dall’imperatore Nerva (97 d. C.). Tale famoso cippo dell’imperatore Nerva ritrovato a Casa Cotta, non è presente nei volumi storici ottocenteschi del CIL, poiché la sua scoperta sul campo avvenne, dopo una violenta piena del fiume Tevere, solo nel 1910 ad opera di Angelo Pasqui (in: A. Pasqui, Tratto di via antica e milliarium scoperto presso il Tevere, in “Notizie degli Scavi di Antichità”, 1910, pp. 366-367). Il reperto è registrato come NS 1910, pp. 366-369 ed è inserito anche nei repertori internazionali come Mitt. 1912, p. 223. L’opera rientra nel grande progetto di revisione e aggiornamento sistematico del CIL, volume XVII, Miliaria Imperii Romani, interamente dedicato alle pietre miliari dell’Impero Romano.

Il testo dell’iscrizione di Nerva si conclude con la formula FACIUNDUM CURAVIT, forma arcaica del gerundivo faciendum (da facio, “fare”); è una formula che non implica errore grammaticale da imputare al lapicida del miliare di Ferentino. Si trova anche in un’epigrafe del 62 a. C. (CIL VI, 1305; CIL I², 751), famosissima iscrizione monumentale del Ponte Fabricio a Roma, dove si legge, ripetuto identico su entrambi i lati delle arcate principali del ponte, il seguente testo:

L·FABRICIVS·C·F·CVR·VIAR·FACIVNDVM·COERAVIT
EIDEMQVE·PROBAVIT

e sotto l’arcata minore, in un’aggiunta successiva datata al 21 a.C.:
Q·LEPIDVS·M·F·M·LOLLIVS·M·F·COS·EX·S·C·PROBAVERVNT

E la traduzione è molto interessante: “Lucio Fabricio, figlio di Gaio, curatore delle strade (VIAR[UM]), si occupò di far costruire [il ponte]. E lui stesso lo collaudò”.

Nell’utilizzare la formula “faciundum coeravit” (per faciendum curavit, il ponte – pons, pontis che in latino è di genere maschile. Nei monumenti romani l’oggetto dell’opera era sottinteso, perché era superfluo citarlo, in quanto l’iscrizione era scolpita direttamente sull’opera stessa che si celebrava) i due elementi grammaticali nella loro formulazione arcaica rendono maggiormente solenne l’opera compiuta di Lucio Fabricio.

L’iscrizione incisa sotto l’arcata del ponte cita i nomi dei due consoli che collaudarono il restauro del ponte: “I consoli Quinto Lepido, figlio di Manio, e Marco Lollio, figlio di Marco, per decreto del Senato, approvarono [nuovamente il collaudo]”. I consoli Lepido e Lollio dovettero testare nuovamente la stabilità del ponte dopo una forte alluvione del Tevere, avvenuta 41 anni dopo la sua costruzione, certificando che l’opera di Fabricio era ancora perfetta. In questa seconda iscrizione si cita “Marco Lollio figlio di Marco”: si potrebbe congetturare una lontana parentela con il famoso Marco Lollio figlio di Gaio dell’iscrizione incisa sulle pietre dell’avancorpo acropolico di Ferentino (CIL X, 5837, II sec. a. C.)?

Studi recentissimi confermano che il supposto legame di parentela tra i due Lolli, il ferentinate Marco Lollio figlio di Gaio e il romano Marco Lollio figlio di Marco, non sussiste, anche se, pur in assenza di fonti, potrebbe essere verosimile il trasferimento di un ramo della Gens Lollia di Ferentino a Roma, città dove fecero una gloriosa “scalata” ai vertici del potere. Tuttavia è dirimente la considerazione che mai un romano avrebbe cambiato nell’epigrafia ufficiale e nei documenti pubblici il proprio patronimico da Cai filius (figlio di Gaio) a Marci filius (figlio di Marco). Amelia Carolina Sparavigna in “La carriera di Marco Lollio, console romano” (Torino, 20 Aprile 2021, Zenodo, archiviato con il DOI 10.5281/zenodo.4705282), descrive la carriera militare e politica di Marco Lollio figlio di Marco e le sue alterne vicende. Nell’attenta ricostruzione storica della studiosa non vi è traccia di riferimenti al Marco Lollio ferentinate.

Bisogna evitare nelle interpretazioni storiche sussulti di campanilismo! Tuttavia la possibilità di un legame di parentela tra i due Lolli, Marco Lollio di Ferentino (II sec. a. C) e Marco Lollio di Roma (I sec. a. C.), è un’ipotesi suggestiva che potrebbe far nascere nei ferentinati odierni una sensibile soddisfazione: essere stati “importanti” non solo nell’età repubblicana e cesariana, ma anche in quella imperiale.

Nella sintassi latina la formula faciundum curavit o faciendam curavit sono assolutamente corrette, ma con una differenza logica, grammaticale ed anche “storica”. Il gerundivo in latino si costruisce accordandosi al nome di riferimento in genere, numero e caso, come se fosse un aggettivo; pertanto faciundum è forma arcaica e variante del gerundio o gerundivo faciendum (dal verbo facio); è accusativo neutro, si riferisce alla strada intesa come monumento (in latino monumentum, sostantivo neutro della seconda declinazione). Nel miliare di Ferentino faciendam, accusativo femminile, si riferisce alla strada o alla cura di un’opera monumentale come può essere la costruzione di una strada. La differenza storica? Il miliare di Nerva risale alla fine del I sec. d. C.; il miliare di Ferentino al 114 d. C., con una differenza di 17 anni. Quest’ultimo fu realizzato durante l’impero di Traiano e celebrò un’opera disposta dall’Imperatore, che tanto si spese per la città di Ferentino. A Ferentino si realizzò una felice coerenza con la politica imperiale, anche nell’uso di caratteri epigrafici solenni e classicheggianti, tipici delle iscrizioni di età traianea. Tali caratteri epigrafici rappresentano l’apice assoluto della scrittura monumentale romana. Tra 98 e 117 d.C. la tecnica dell’incisione su pietra raggiunse una perfezione formale, geometrica ed estetica mai più eguagliata nella storia occidentale, diventando il canone classico per eccellenza: la nitida, limpida Capitale Quadrata Monumentale (o Lapidaria), utilizzata mirabilmente nelle epigrafi ferentinati e in particolare nel miliario.

Il percorso continua …Ferentino, Museo Archeologico, Palazzo “Martino Filetico” I sotterranei del MAF Foto dal web
Il percorso continua …
Ferentino, Museo Archeologico, Palazzo “Martino Filetico”
I sotterranei del MAF
Foto dal web

 

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