Piglio e Serrone
Piglio e Serrone, sulla strada del Cesanese: viaggio tra borghi, vigne e cantine
Dove la vite sale verso lo Scalambra
Da Affile a Piglio il paesaggio cambia velocemente, e cambia in un modo che si sente prima ancora di capirlo. I vigneti sulle pendici dei Monti Affilani restano alle spalle, la strada sale, e davanti si aprono Serrone e Piglio, distesi sulle alture che guardano la valle del Sacco.
È questa la terra del Cesanese.
La Strada del Vino Cesanese, nata nel 2006, tiene insieme Affile, in provincia di Roma, con Piglio, Serrone, Acuto, Anagni e Paliano, i comuni della DOCG. Un unico filo che lega storia, paesaggio, cantine, ristorazione, ospitalità.
Per raccontare Piglio e Serrone bisogna partire da lì. Dalla vite. Poi vengono i castelli, le chiese, le montagne, i musei, la cucina. Ma prima viene la vite, perché è lei che ha scritto questa storia.
Affile, dove comincia la storia del Cesanese
Affile non è in provincia di Frosinone. Eppure senza Affile non si capisce niente di quello che troveremo poco dopo.
È qui che il Cesanese di Affile, vitigno autoctono a bacca rossa, affonda la sua origine storica. Le vigne stanno tra i 500 e i 700 metri, su terreni calcareo-argillosi, con esposizioni che prendono il sole e sbalzi termici importanti, quelli che danno carattere al vino prima ancora che al bicchiere.
La storia scritta è lunga: le descrizioni ottocentesche di Acerbi, Di Rovasenda, Mengarini e Mancini raccontano un vitigno che si va definendo tappa dopo tappa. La denominazione Cesanese di Affile DOC nasce nel 1973 e viene poi riscritta dal disciplinare del 2011 e dagli aggiornamenti successivi.
C’è anche un pezzo di storia che pochi conoscono: negli anni Trenta il Cesanese di Affile arrivò fino a Parigi e Bruxelles, e vinse. Poi il dopoguerra, l’abbandono, le vigne lasciate morire piano.
Nel 2003 il Comune ha deciso di ricominciare. Da lì sono nate nuove iniziative agricole, un interesse che non si era mai davvero spento, solo addormentato.
Affile resta il punto da cui partire. Non solo geograficamente. È lì che comincia questa storia, ed è giusto raccontarla partendo dall’inizio.
Serrone, il borgo sullo Scalambra
Da Affile si attraversano gli Altipiani e si arriva a Serrone, costruito sulle pendici del Monte Scalambra come se la montagna l’avesse tenuto in braccio.
Il primo nucleo medievale nasce sul pendio. La Rocca di Serrone faceva parte del sistema difensivo che proteggeva Anagni, insieme alla rocca di Paliano. Nel 1184 furono incendiate entrambe. Sopra le rovine è nata una nuova fortificazione, e oggi restano la Torre Colonna e tracce della cinta muraria. Nel 1427 la Rocca passa ai Colonna.
La parte antica del paese va percorsa piano, cercando i punti dove il borgo si apre e lascia entrare il panorama. Ci sono le mura ciclopiche della Lesca, la chiesa di San Quirico, del Seicento, costruita per i Frati Zoccolanti, e la chiesa di San Pietro Apostolo, che custodisce un organo settecentesco.
Il museo che racconta il teatro italiano
E poi a Serrone c’è una sorpresa che merita un posto d’onore in questo racconto.
Il Museo dei Costumi Teatrali conserva oltre quaranta abiti originali di scena, cuciti da Beatrice Minori, sarta della RAI, collaboratrice di Eduardo De Filippo, nata a Serrone nel 1923. Abiti indossati da grandi protagonisti del teatro italiano, tra cui Vittorio Gassman. È l’unica esposizione permanente di questo genere in tutto il Lazio, una delle pochissime in Italia.
È uno di quei luoghi che ti cambiano l’idea di un paese mentre ci sei dentro. Entri per conoscere Serrone e ti trovi davanti a un pezzo di storia dello spettacolo italiano che nessuno si aspetta di trovare qui, tra i vigneti dello Scalambra.
Serrone visto dall’alto
Il Monte Scalambra è anche uno dei punti di riferimento per il parapendio: i primi decolli documentati risalgono al 1978, e oggi Serrone è un nome conosciuto tra gli appassionati di questa disciplina.
Per chi preferisce restare con i piedi per terra, la montagna offre comunque un paesaggio da attraversare a piedi, con il borgo e la valle che cambiano forma man mano che si sale.
Il Cesanese di Serrone
A Serrone la vite non è un’attività tra le altre. È dentro la vita del paese.
Tutto il territorio comunale rientra nella DOCG Cesanese del Piglio, che comprende l’intero territorio di Piglio e Serrone e porzioni di Acuto, Anagni e Paliano. Il disciplinare chiede almeno il 90% di Cesanese di Affile e/o Cesanese comune.
Qui il vino si festeggia insieme alla Passerina del Frusinate e ai piatti della cucina locale.
Ed è qui che il racconto del vino comincia davvero a diventare interessante: la DOCG non è un’etichetta astratta. È una fascia di territorio fatta di altitudini diverse, esposizioni diverse, terreni diversi, piccoli appezzamenti, aziende familiari che portano avanti da generazioni lo stesso pezzo di terra.
Piglio, il cuore della Strada del Cesanese
Piglio arriva dopo Serrone e il paesaggio cambia ancora.
Il paese è costruito su uno sperone roccioso alle pendici del Monte Scalambra. Le case salgono lungo il pendio, e il centro storico porta ancora addosso il segno della sua funzione difensiva: si vede nel modo in cui le strade si stringono, si arrampicano, proteggono.
Il Castello Colonna, o Castello Alto, nasce intorno all’anno Mille, in posizione strategica per controllare la strada che collegava il Lazio all’Abruzzo attraverso gli Altipiani di Arcinazzo. I De Antiochia costruirono un secondo complesso, il Palatium Inferior o Castello Basso. Dal Quattrocento i Colonna presero progressivamente il controllo del paese, e ci rimasero fino al 1818.
Il centro va visitato a piedi, salendo verso le strutture del castello, lasciando che sia la strada a guidare.
Santa Maria Assunta e la Madonna delle Rose
Tra gli edifici religiosi, la Collegiata di Santa Maria Assunta porta ancora i segni della guerra: il complesso fu gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944, poi ricostruito, pietra su pietra, come si ricostruisce tutto ciò a cui si tiene davvero.
Un altro luogo essenziale è il Santuario della Madonna delle Rose, legato alla tradizione della liberazione di Piglio dalla peste del 1656. Dentro si conserva l’immagine alla quale la devozione popolare attribuisce quel miracolo, e il culto della Madonna delle Rose è ancora oggi parte viva dell’identità del paese, non un ricordo da museo.
Il convento di San Lorenzo e frate Andrea Conti
Per capire davvero il rapporto tra Piglio e la sua montagna, bisogna salire verso il complesso di San Lorenzo.
Lo Scalambra è stato per secoli luogo di passaggio ed eremitaggio. Tra questi, frate Andrea Conti, legato alla tradizione francescana locale: il convento e la chiesa di San Lorenzo sorgono nel luogo associato alla sua presenza e ne custodiscono ancora l’urna con i resti.
È una deviazione che vale il tempo che costa, perché porta il viaggio fuori dal centro storico e dentro il paesaggio che a Piglio fa da sfondo a tutto, ogni giorno.
Ottobre, il mese giusto per venire
Piglio in ottobre ha un motivo preciso per essere visitata.
La Sagra dell’Uva Cesanese si tiene tradizionalmente a inizio autunno, nella prima domenica di ottobre. Le date della prossima edizione arriveranno quando il Comune pubblicherà il programma ufficiale, ma ottobre a Piglio è già festa di per sé: è il mese della vendemmia, dei grappoli che arrivano a maturazione, del vino nuovo che comincia a raccontare l’annata.
Vino, castagne, cucina di montagna: in ottobre non serve altro. È la combinazione più semplice, ed è anche la più vera.
Cosa si mangia
Il vino porta sempre alla tavola. Non potrebbe essere altrimenti.
Il Cesanese trova il suo terreno naturale nei piatti di carne, nei salumi, nella cucina strutturata della tradizione ciociara: sughi di carne, agnello, coniglio, trippa, tutto quello che chiede un vino capace di reggere il confronto.
Due cantine per leggere il territorio
E qui inserisco due aziende che voglio raccontarvi. Non come pubblicità, ma come due modi concreti di interpretare oggi il Cesanese, nei due comuni che gli hanno dato casa.
Giovanni Terenzi, Serrone
A La Forma, frazione di Serrone, la famiglia Terenzi lavora la vite da quasi cinquant’anni.
L’azienda nasce dall’impegno di Giovanni Terenzi, che oggi la conduce insieme ai tre figli. I vigneti coprono circa 10 ettari, tra Serrone e Piglio.
Negli anni Novanta, mentre il settore attraversava una crisi profonda, Giovanni ha scelto di andare in controtendenza: ha recuperato i vecchi vigneti di famiglia e ha puntato sul Cesanese d’Affile per i nuovi impianti. Una scelta che oggi, letta a distanza, sembra ovvia. Allora non lo era per niente.
Il loro Cesanese del Piglio DOCG nasce da vigneti aziendali a circa 450 metri, tra Piglio e Serrone. Raccolta manuale, fermentazione in acciaio con macerazione sulle bucce, affinamento in acciaio e bottiglia.
È una storia di famiglia, e proprio per questo racconta bene una fase importante della viticoltura locale: recuperare vecchie vigne, salvare un vitigno, portarlo dentro una cantina che guarda avanti senza dimenticare da dove viene.
L’Avventura, Piglio
A Piglio la storia cambia famiglia, collina, impostazione.
L’Avventura nasce il 15 settembre 2015, quando Stefano e Gabriella acquistano i primi 3,5 ettari. Da quella prima vigna il progetto è cresciuto fino a 12 ettari complessivi, 10 dei quali vitati, in agricoltura biologica, con una produzione che oggi si aggira tra le 55 e le 60 mila bottiglie l’anno.
Negli anni la cantina ha costruito diverse interpretazioni dello stesso territorio: dal Campanino Cesanese del Piglio DOCG al Picchiatello, dall’Amor alle versioni Riserva e Superiore, con anche Passerina, rosato, metodo classico e passito.
Il progetto comprende ospitalità e ristorazione: il vino non resta in cantina, entra dentro un’esperienza più larga, che tiene insieme la collina, la vigna, la tavola.
Due aziende diverse. Due storie di famiglia diverse. Due modi diversi di interpretare la stessa denominazione.
Ed è proprio per questo che vale fermarsi in cantina: il Cesanese non si conosce leggendo un disciplinare. Va assaggiato da chi lo coltiva ogni giorno, con le mani.
L’itinerario
Primo giorno, Affile e Serrone.
Si parte da Affile, per entrare nella storia del Cesanese di Affile e vedere il paese e le vigne che l’hanno reso possibile. Poi si sale verso Serrone: il centro storico, la Torre Colonna e l’area della Rocca, le mura della Lesca, San Quirico, San Pietro, il Museo dei Costumi Teatrali, il panorama dal Monte Scalambra, e per chiudere la visita a una cantina del territorio. La giornata si può finire a tavola, con la cucina serronese e un calice di Cesanese.
Secondo giorno, Piglio.
Mattina nel centro storico: il Castello Colonna, le strade del borgo, la Collegiata di Santa Maria Assunta, la Madonna delle Rose, San Rocco. Poi la salita verso San Lorenzo e il Monte Scalambra. Nel pomeriggio il tempo della vigna: una cantina, una degustazione, e se il calendario coincide con la vendemmia, la possibilità di vedere il territorio nel momento in cui il lavoro agricolo si fa più intenso. A quel punto, Piglio si capisce meglio anche a tavola.
Perché venire fin qui
Perché in pochi chilometri si attraversano due province, una DOCG, una DOC, borghi medievali, fortificazioni, chiese, un museo teatrale unico nel Lazio, montagne e vigneti.
E soprattutto perché il Cesanese permette di seguire una storia vera, non raccontata: Affile conserva la memoria del vitigno, Serrone e Piglio ne condividono oggi l’area produttiva, le cantine continuano ogni anno a trasformare quella memoria in vino.
Questa è la chiave della nuova Cartolina: non raccontare Piglio e Serrone come due borghi isolati, ma come un pezzo di territorio che si può percorrere, capire, e infine assaggiare.
E per ottobre abbiamo anche un vantaggio che non capita spesso: la vigna, la vendemmia, il vino nuovo, le castagne, il colore delle montagne, i borghi dello Scalambra.






